Chi vincerebbe la Terza Guerra Mondiale?

Articolo aggiornato a luglio 2024, che tiene conto della nuova situazione mondiale. La guerra in Ucraina, al tempo della prima stesura di questo articolo, era stata effettivamente indicata tra le possibili cause di un terzo conflitto mondiale. E tale, secondo gli esperti di geopolitica e affari internazionali, tuttora rimane.

Quando le nazioni europee si sono scontrate, nel 1914-1918, non sapevano di combattere una guerra mondiale.

Si riferivano a quel conflitto come la “guerra europea” o in seguito “la grande guerra”. La prima guerra mondiale, negli auspici dei belligeranti, doveva durare poche settimane, massimo “fino a natale del 1914” e sarebbe stata limitata al fronte occidentale.

Poi gli eventi presero una piega differente e il conflitto durò cinque anni. Anni duri, di distruzione, lutti, malattie e un generale arretramento della conquiste liberali e civili degli anni precedenti, che avevano visto, tra le altre cose, l’emancipazione delle masse operaie.

Sorprendentemente la Seconda Guerra Mondiale ricalcò la falsariga dalle prima: errori di valutazione non ne impedirono lo scoppio o che si prolungasse oltre la spartizione della Polonia.

E il sistema di alleanze già presente nel primo conflitto, mise in moto i meccanismi che portarono a una guerra di 6 anni, molto più estesa e distruttiva.

Resa tale dall’asprezza e dalla divisione ideologica tra democrazie e regimi totalitari e dal coinvolgimento massiccio di URSS, degli USA e del Giappone.

Durante gli anni della Guerra Fredda (dal 1949 al 1989) si è spesso parlato di scoppio della terza guerra mondiale, a causa dell’incubo nucleare, ben rappresentato in film come “Il Giorno Dopo” o “Wargames”.

Un combattimento vero e proprio si ebbe durante la Guerra di Corea, quando il coreano Kim il Sung, nonno dell’attuale leader, ottenne l’aiuto di sovietici e cinesi, contro gli Americani comandati dal generale MacArthur.

Probabilmente in questo lungo periodo di confronto tra i due blocchi, quello atlantico e quello orientale, il momento di maggior scontro c’è stato durante la Crisi di Cuba del 1962, durata 13 giorni.

In quel frangente USA e URSS e di conseguenza i loro alleati europei sono andati molto vicini a far scoppiare la guerra che, considerando gli armamenti a disposizione, sarebbe stato senz’altro distruttiva, con impiego massiccio di testate atomiche.

Durante il sanguinoso conflitto del Vietnam non mancò l’appoggio dei regimi comunisti ai Vietcong.

Secondo quanto riporta Limes, autorevole rivista di affari esteri e diplomazia internazionale, USA e Russia sono andati molto vicini a far scoppiare la Terza Guerra Mondiale nell’agosto del 2008, in seguito all’invasione russa della Georgia nel conflitto in Ossezia del Sud.

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Ma dove potrebbe scoppiare la Terza Guerra Mondiale?

Se analizziamo i maggiori conflitti, su scala internazionale, fin dall’antichità il casus belli è quasi sempre stato circoscritto a un’area geografica o una singola rivendicazione.

Ad esempio, il conflitto globale tra Roma e Cartagine, che coinvolge l’intero bacino del Mediterraneo, nacque per una questione locale in Sicilia con i mercenari Mamertini.

La prima guerra mondiale trovò la proverbiale scintilla nei Balcani. La seconda guerra mondiale iniziò per la questione di Danzica, che i Nazisti chiesero indietro ai Polacchi, che si rifiutarono, forti dell’alleanza con la Gran Bretagna. Le zone attualmente calde del mondo sono almeno quattro

L’Indocina e il mar cinese meridionale

In questo settore, la Cina sta costruendo isole artificiali dotate di basi aeree al fine di estendere l’influenza militare su una zona che considera di sua pertinenza. È la zona di mare dove avvengono la stragrande maggioranza degli scambi, è un mare pescoso e ricco.

Ma in quella zona c’è una cintura di stati tradizionalmente vicina agli Stati Uniti. L’Australia a sud, le Filippine, più a nord Corea e Giappone.

Ci sono anche nuovi alleati come il Vietnam, desiderosi di difendere la propria influenza su quei mari.

Manovre militari sono avvenute in quella zona, e la Cina sta spendendo miliardi ogni anno per rafforzare la propria flotta, attualmente inferiore a quella americana.

L’isola di Taiwan è l’epicentro dello scontro nel Mar Cinese Meridionale, sul quale sorge l’ex colonia di Hong Kong. La Cina vuole costruire una cintura difensiva allargata, per fermare l’egemonia americana sul Pacifico, che perdura dalla Seconda Guerra Mondiale.

Osservando una qualunque mappa, si può notare come la distanza tra Giappone (stretto alleato USA e di fatto dipendente da esso per la politica estera) e Taiwan sia più o meno la stessa che intercorre tra Taiwan e la Cina continentale, cosiddetta “Mainland”.

Nella mappa qui sotto si può notare come la prefettura di Okinawa completi una cerniera attorno alla Cina che arriva fino a Taiwan. L’isola di Yonaguni dista solo 111 km da Taiwan.

A nord, nel Mar Cinese Orientale, il grande arco formato dalle isole dell’arcipelago giapponese restringe la manovrabilità cinese, che deve confrontarsi lì con la potente Settima Flotta americana.

Parliamo della flotta più potente del mondo, con naviglio e aerei da combattimento e deterrente nucleare in grado di sconvolgere una nazione, potendosi appoggiare sul Giappone.

Lo sbocco a sud del Mar Cinese Meridionale vede la Cina competere con gli alleati degli USA, e con le cosiddette “tigri asiatiche”, cioè i paesi dell’Indocina che sono passati da essere “in via di sviluppo” a rappresentare dei mercati importanti.

Quella è anche l’area di confine dove si fronteggiano le sfere di influenza indiane e cinesi, ma a Sud ovviamente, tra Filippine e Australia, incombe l’influenza americana.

La Cina si è sempre dimostrata molto aggressiva e dichiara che prima o poi Taiwan tornerà sotto il diretto controllo di Pechino, ma secondo gli esperti, un’operazione in grande stile su Taiwan non è facile né dal punto di vista militare, né dal punto di vista logistico.

La Cina tiene aperta una via non bellica alla riunificazione con Taiwan.

Il conflitto in Ucraina e lo scontro con la Russia

L’invasione russa dell’Ucraina del 2022 certifica semplicemente lo stato di crisi tra Russia ed Europa e gli americani innescato dall’illegale annessione della Crimea del 2014, e già sorto al tempo dell’intervento in Georgia nel 2008.

Foto: EPA/ALEXEI DRUZHININ/SPUTNIK/KREMLIN POOL

L’allargamento del conflitto ai paesi NATO non è ancora scongiurato.

Come sempre, dal punto di vista delle operazioni militari, la conclusione politica deve portare a casa risultati politici per le parti contendenti.

Per l’Ucraina sostenuta dagli USA, dall’UE e dalla NATO una vittoria politica consiste nel resistere ed esistere come compagine nazionale dopo il conflitto, riprendendosi i territori ad est dove la Russia ha creato due repubbliche fantoccio non riconosciute dalla comunità internazionale.

Infliggere perdite importanti ai russi in modo da prolungare la guerra e generare un fronte interno in Russia, che diventa molto pericoloso per la leadership di Mosca, legata a un leader non più giovanissimo.

Per la Russia, l’eliminazione di quello che loro chiamano il problema Ucraina di fatto non è più possibile, a meno che non riesca ad influenzare la politica estera americana.

I paesi europei, a cominciare da Germania e Francia, non hanno la forza diplomatica per proporre una politica alternativa al confronto serrato imposto dagli americani, per cui molto dipenderà dalle elezioni americane del 2024 e dalla capacità di tenuta della democrazia americana, messa in crisi dall’estremismo di destra trumpiano.

Se gli Stati Uniti e l’Europa proseguiranno nel loro supporto militare all’Ucraina, la guerra potrebbe raggiungere un punto di stallo, con la Russia che difende la Crimea e i territori strappati durante l’invasione del 2022.

Ma dal punto di vista militare, la controffensiva di Kharkiv di settembre 2022 potrebbe non essere affatto episodica e condurre a una riconquista dei territori perduti, da parte ucraina.

La Russia, dal punto di vista politico, ha perso credibilità in Europa e non può essere considerata un partner strategico pacifico, tanto da aver spinto la neutralità dei paesi scandinavi verso nuove considerazioni.

Un altro fronte caldo rimane quello settentrionale, dove la NATO ha costruito il suo braccio orientale (eastern flank) che ora fa perno sulla Polonia e non più sulla Germania, da qui il ruolo strategico giocato dai polacchi nel confronto in Ucraina.

Qui la NATO intende assicurarsi la superiorità aerea e una forza di deterrenza in grado di rispondere a un primo attacco russo. I più oltranzisti di Mosca ritengono che le operazioni militari prima o poi debbano rivolgersi anche alle repubbliche baltiche, indipendenti dal 1991.

Conflitti minori: Siria e Yemen

Il conflitto in Siria: la Russia, la Turchia, gli USA, la Francia sono impegnati in conflitti incrociati, attraverso milizie di ribelli o regolari, ora contro ora a favore del presidente siriano Assad. In mezzo lo Stato Islamico, quasi sconfitto o comunque indebolito. In questo confuso teatro c’è un continuo regolamento di conti (esempio: i Turchi contro i curdi al confine, sostenuti invece dagli americani, nonostante la Turchia sia un paese NATO) e un tentativo di sistemare questioni pendenti da anni.

Medio Oriente, conflitto in Yemen. Qui una coalizione guidata dall’Arabia Saudita è impegnata in una guerra dal 2015, inserendosi nel conflitto civile. In realtà questa guerra fa parte della più ampia rivalità tra le due potenze religiose e militari della regione, Arabia Saudita, tradizionale paese sunnita, sede dei luoghi sacri dell’Islam, e l’Iran, il grande stato persiano, dunque non arabo, di religione sciita.

Qui i ribelli Houti, appoggiati dall’Iran, dalla nuova operazione militare israeliana nella striscia di Gaza, stanno lanciando missili contro le navi mercantili.

Gli Stati Uniti d’America, che difendono da sempre il principio della libertà del commercio nei mari, hanno risposto bombardando delle postazioni, insieme al Regno Unito.

Conflitto in Israele (agg. ottobre 2023) e Hamas

Fonte di preoccupazione desta un possibile allargamento del conflitto a seguito dell’attacco terroristico di Hamas in Israele, iniziato il 7 ottobre 2023. In particolare, per un possibile coinvolgimento dell’Iran e un allargamento del conflitto, anche a causa delle azioni di pirateria degli Houti in Yemen.

Ma chi vincerebbe la terza guerra mondiale?

Dipende dagli schieramenti. Ma se fossero quelli attuali, ipotizzando l’impiego di armamenti convenzionali e non nucleari, basati sulla velocità iper-sonica dei vettori e sulla capacità di impiego in zone distanti dalla madre patria, non c’è dubbio che la NATO sia nettamente avvantaggiata.

La tecnologia di intelligence americana sembra davvero superiore.

Va anche considerato che la Russia è un paese complessivamente debole dal punto di vista economico: le sue ricchezze sono le fonti energetiche da fossili come petrolio e gas naturale, soprattutto. I suoi principali acquirenti sono i paesi europei. Può vendere, come ha fatto, a prezzi ribassati a paesi che per la loro vocazione intendono rimanere equidistanti (Cina, India, Iran, Turchia), ma prima o poi questo dovrebbe avere ripercussioni.

Si troverebbe dunque a fare la guerra ai suoi partner commerciali con il rischio di essere avvolta in una spirale insostenibile di spese militari e necessità tecnologiche.

Il rapporto tra la capacità economica di Francia, Germania, Italia, Spagna e i paesi fondatori dell’Unione (includendo la Gran Bretagna ormai uscita dall’UE) rispetto alla Russia è di 10 a 1 e non sembra diminuire nel prossimo futuro.

Perciò la capacità produttiva e tecnologica dell’UE basta da sola, se unita, a contrastare un eventuale attacco russo.

La dottrina militare russa prevede shock e devastazione del territorio invaso, grazie all’urto dei carri armati e dell’artiglieria meccanizzata.

Ma nel conflitto ucraino gli esperti hanno notato – da parte dei russi – un frequente ricorso ad armamenti e mezzi sorpassati e alla presenza di truppe poco motivate, tipico dei paesi autocratici dove si annida corruzione, sacche di potere e privilegio e il denaro è l’unico mezzo di convinzione.

C’è anche la sensazione che i nuovi armamenti super tecnologici siano usati più per vetrina e per propaganda che per un mero utilizzo sul campo, in questo diversi – come impostazione – dagli americani, che utilizzano la superiorità tecnologica direttamente sul campo, senza annunciarla.

La Russia rimane una forte potenza nucleare, ma l’utilizzo dell’atomica in un conflitto convenzionale comporta delle enormi responsabilità politiche, che nessuno al momento è in grado di accollarsi.

Secondo gli esperti questo conflitto sta mostrando un mutamento nelle tattiche di guerra, nelle quali il carro armato potrebbe essere messo in crisi da nuovi armamenti come i famosi droni turchi.

Una possibile alleanza russo-cinese non può riequilibrare il conflitto con la NATO semplicemente perché i due paesi in realtà hanno due proiezioni differenti.

La Russia ha una dottrina nella quale la marina è chiamata a difendere i mari circostanti, ma nel Mar Nero è stata messa in crisi dagli ucraini. I cinesi stanno costruendo una grande flotta di proiezione, ma si deve confrontare direttamente con quella americana e quella giapponese, attualmente in fase di espansione.

Contano molto gli equilibri interni. La democrazia consente alle opinioni pubbliche di orientarsi sulla guerra, a differenza delle autocrazie, ma nemmeno in Cina e in Russia si può dire che nulla cambierà.

Da un punto di vista prettamente militare, la NATO è testata in guerra, soprattutto gli americani e i turchi e i nuovi armamenti risultano molto efficaci dal punto di vista difensivo.

La Cina può aver toccato il suo massimo livello di espansione economica e ha piani di partnership in tutto il mondo, anche lei dovrebbe trovarsi a fare la guerra ai propri partner economici.

Dal punto di vista militare la Cina sta cercando di colmare il gap in fatto di aeronautica e marina, ma le sue forze non sono davvero testate e storicamente i cinesi – in guerra – non sono esattamente abili come i tedeschi, i giapponesi o gli inglesi.

Questo fatto conterà sempre: gli europei – loro malgrado – sono abituati a fare la guerra e la sanno fare. Inglesi e tedeschi, polacchi e scandinavi, persino francesi e italiani hanno misurato le loro abilità su tanti campi di battaglia. I giapponesi e gli americani la sanno fare. Gli americani sono storicamente abili nel vincere le guerre che contano davvero.

I russi sono sembrati molto forti quando erano alleati a potenze occidentali (come l’Inghilterra durante le guerre napoleoniche o USA e impero britannico durante la Seconda Guerra Mondiale), ma deboli in altri contesti. Nella Seconda Guerra Mondiale poi non erano solo i russi, ma i sovietici… c’era quindi l’apporto di molti popoli che oggi sono avversari di Mosca.

Una simulazione di un conflitto nel mar cinese meridionale, effettuata nel gennaio 2023, prevede solo disastri per la marina americana, quella cinese e la difesa territoriale di Taiwan.

La simulazione riguarda un possibile conflitto nel 2026, con la vittoria USA ma a costo di gravi perdite.

E non sorprende, in guerra ci si perde tutti. L’economia è globalizzata, la distruzione cieca potrebbe portare a fare dei passi indietro, disastrosi per tutti.

L’Africa e le sue risorse

Un fronte sottovalutato, ma che gli esperti di geopolitica e cose militari segnalano, è quello dell’Africa.

Il motivo scatenante la terza guerra mondiale potrebbe essere non militare, ma legato alle risorse primarie e ai cambiamenti climatici.

C’è solo da sperare in un futuro di pace invece. Grazie all’Unione Europea, abbiamo conosciuto decenni di crescita economica e sociale che sarebbe grave perdere per degli stupidi egoismi nazionali, che nella storia hanno solo causato morte e distruzione.

E ora un po’ di domande veloci…


Quali sarebbero gli schieramenti della Terza Guerra Mondiale?

È difficile oggi ipotizzare lo svolgimento di una possibile terza guerra mondiale che ricalchi quello delle due guerre precedenti, e i motivi sono evidenti.

L’interdipendenza delle nazioni non elimina il fattore politico, cioè l’acquisizione di uno specifico obiettivo, che non è mai mondiale.

Se la guerra è mondiale, tali non possono definirsi gli obiettivi di chi la combatte.

Come detto sopra, le cause sono spesso limitate a zone geografiche ben precise, nelle quali gli attori della guerra perseguono obiettivi regionali.

Gli schieramenti dipendono dalle alleanze e dai vantaggi e benefici che esse procurano al momento di entrare in guerra.

Di sicuro gli Stati Uniti d’America sono il paese di riferimento, più polarizzante degli altri, ma ancora il più ammirato e seguito perché propone un modello di sviluppo che assicura maggiore benessere e ricchezza.

Il grosso problema della Cina è, infatti, quello di non riuscire a trovare alleati di simile valore, nemmeno ai suoi confini (come succede agli USA con il Canada).

Per cui gli schieramenti sarebbero:

  • Stati uniti e alleati europei insieme alle democrazie di stampo “occidentale” sparse nel mondo (Australia, Canada, Giappone, Corea del Sud), la NATO propriamente detta, Israele, Arabia Saudita e paesi amici della stessa. È possibile che in un conflitto contro la Cina altri alleati asiatici si uniscano all’alleanza con gli americani.
  • La situazione può tornare fluida con presidenti americani più isolazionisti che non credono più negli assetti sorti dopo la fine della Guerra Fredda. Trump appare addirittura più incline a mettersi d’accordo con i dittatori, che con le democrazie. Il suo piano di visione della NATO, comunque, non è così diverso dall’idea che ha Macron della difesa europea.
  • Cina, Iran, Russia, Corea del Nord. Questo asse non omogeneo sta emergendo nel 2024, con le forniture di armamenti della Corea del Nord alla Russia. Qualche stato africano potrebbe per forza di cose (accordi di natura commerciale e infrastrutturale) unirsi, ma senza trarre un vero vantaggio. Se l’Iran entrasse per davvero in un conflitto, dovrebbe immediatamente fronteggiare Arabia Saudita e Israele.
  • Molti paesi neutrali, ma importanti come India, Egitto e Brasile potrebbero decidere di starne fuori, ma di certo non hanno alcun interesse a fare la guerra agli USA, né ad apparire troppo vincolati alla loro politica. L’Egitto, ad esempio, sta acquistando naviglio italiano. Anche le altre potenze del golfo dipendono perlopiù da commesse militari dei paesi occidentali.

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